Museo diffuso “Vasco Montecchi” a Baiso (RE)

a cura di Mauro Carrera

Museo diffuso “Vasco Montecchi” a Baiso (RE)

a cura di Mauro Carrera

Nullus locus sine Genio 
Servio Mario Onorato, Commento all’Eneide, 5, 95.

…il giro più lungo è spesso la via più breve per tornare a casa
Clyde Kluckhohn, Mirror for Man

 

Sabato 4 ottobre 2014 viene inaugurato a Castagneto di Baiso il museo intitolato allo scultore di fama internazionale Vasco Montecchi. Non si tratta di un museo concepito convenzionalmente ma di quello che si definisce un “museo diffuso” comprendente oltre trenta opere esposte a cielo aperto, nel suo piccolo borgo natale, fra i calanchi dell’Appennino. È questo un progetto che rappresenta una prima sintesi museografica del lavoro del maestro Montecchi, un’importante tappa del suo percorso d’artista e che ci restituisce intatto il senso di una vita operosa. Un “museo diffuso” altrimenti detto “ecomuseo” è una installazione ambientale rappresentata da un peculiare patrimonio storico artistico e naturalistico caratterizzato da elementi tradizionali. Suo fine è la valorizzazione di un territorio di cui il visitatore riconosce l’unitarietà e la coerenza di significato. I confini di questo museo sono sfumati ed esso trova la sua funzione in attività didattiche e di ricerca che coinvolgono direttamente le istituzioni e gli stessi abitanti del luogo, che nei fatti ne sono i custodi “partecipanti”, ossia essi stessi ne fanno parte. Oltre alle opere – che costituiscono il valore primario – sono proprio il contesto architettonico-ambientale e la stessa comunità a farne parte e ad interagire, riconoscendo in esso la propria identità.
Questa significativa operazione rende omaggio alle umili origini di Montecchi e ha il valore di un “ritorno a casa” dopo un cammino lungo e difficoltoso che dalla nativa Baiso ha condotto l’artista in tutto il mondo a far conoscere il suo lavoro. Ché di lavoro si tratta.
Quando Vasco Montecchi mi ha parlato per la prima volta di questo suo progetto di “museo diffuso” ho trovato immediatamente l’idea veramente calzante rispetto alla sua figura di artista e di uomo. Ho avuto il piacere di presentare diverse sue esposizioni al Salone dei Giganti di Palazzo Bentivoglio a Gualtieri, a Ortonovo (SP), all’Assemblea Legislativa Regione Emilia Romagna a Bologna, e di conferirgli il riconoscimento alla carriera alla Fondazione Bertazzoni a Suzzara. Vasco Montecchi mi ha tuttavia chiesto di presentare l’inaugurazione di questa importante raccolta non già o meglio non solo nella mia veste di critico d’arte, quanto piuttosto in quella di antropologo. Questo mi ha portato a leggere le sue opere in una chiave diversa, non squisitamente estetica ma piuttosto demologica e sociologica per un verso, esemplare per un altro.
Ma procediamo con ordine. Se guardiamo a questa operazione con l’approccio fenomenologico proprio delle scienze umane, è evidente che essa incarna in maniera paradigmatica il genius loci, immagine tanto cara alla demologia e alla studio del territorio. Non è la tradizionale accezione latina che ci interessa, ma piuttosto quella contemporanea. La collocazione di questa preziosa collezione di sculture in uno spazio intimamente connesso con la sua produzione testimonia di una profonda e proficua interazione tra ambiente d’origine e identità culturale dell’artista. Tutte le specifiche connotazioni sociali e culturali, artistiche e linguistiche (in senso lato) che caratterizzano il paesaggio umano in questione – il “natio borgo selvaggio” di Castagneto di Baiso” – sono tutte egregiamente rappresentate nelle opere intelligentemente collocate fuori dalle antiche dimore dei suoi abitanti. Agli stessi abitanti di quel pugno di case arroccate sulle pendici di questi declivi pare quasi di riconoscervi i tratti fisiognomici di qualcuno che hanno visto vivere quell’ambiente. E in un certo senso non mi sento di smentirli. Che si possa attribuire un nome a un volto non è poi così importante: quelle figure sono il sincero carattere di quei luoghi di vita e di memoria.
La memoria è un altro elemento di questa operazione. Vasco Montecchi nacque a Castagneto di Baiso, borgo riparato tra le colline di Reggio Emilia, settantasei anni fa, il 23 marzo del 1938. In questo ambiente montanaro visse pienamente l’infanzia fino al Dopoguerra quando, costretto dalle difficoltà economiche, dovette emigrare molto giovane in Francia. Lavorò come carpentiere a Zurigo e in Andorra e poi ancora a Bordeaux e Strasburgo e nelle pause del faticoso lavoro coltivava il suo urgente desiderio di creatività. Ma fu solo molto più tardi che poté riprendere quel discorso interrotto con la parte più profonda del suo spirito. Negli anni che lo hanno visto protagonista di una fortunatissima stagione artistica, ha finito per trovare nella scultura il suo linguaggio d’elezione; ha realizzato opere pubbliche di grande rilievo visibili in Italia e all’estero e ha mostrato il suo lavoro in prestigiose sedi espositive nel mondo. Dopo aver lavorato come emigrante in giro per l’Europa, Montecchi è ritornato nei luoghi simbolo di essa ma con una nuova prospettiva: nel 1998 una sua mostra antologica ha avuto luogo nel Parlamento Europeo di Strasburgo e nel 2000 la sua opera in marmo “Forma” è stata scoperta ufficialmente negli ambienti del Parlamento Europeo di Bruxelles.
Se quel “primo ritorno” di Montecchi nei luoghi della sua memoria ha il valore straordinario della testimonianza di una esistenza significativa, non meno straordinario è questo “secondo ritorno” nei luoghi delle sue origini. È, questo, un altro cerchio che si chiude.
Le opere di questo “museo diffuso” sono state realizzate in un arco di tempo di quarant’anni (1975 – 2014) e parlano le lingue, declinano i dialetti di tanti materiali. La terracotta, l’arenaria, il marmo bianco di Carrara, il bardiglio, il nocciola toscano, il rosa del Portogallo, il rosso di Francia, la pietra del Nord Africa, la breccia turca sono i registri differenti per una comunicazione che ha la riservatezza del montanaro corretta dalla schiettezza emiliana.
Se opere come Abbraccio, Affetto, Forma, Conchiglie, Fiamma, Coppia, Colomba hanno nel valore universale del loro messaggio archetipico la loro ragion d’essere, altre come le varie Figure, i Ritratti dei familiari, il Viandante con fagotti, la RezdoraContadini e Braccianti parlano direttamente di esistenze prossime all’artista, di persone in carne ed ossa assunte ad un valore emblematico all’indurirsi della materia.
Se l’antropologia culturale è il giro più lungo che mediante l’allontanamento prevede un ritorno con una più acuta consapevolezza della propria realtà e delle proprie origini, Montecchi è – a suo modo – un antropologo e questo è il compimento di quel “giro più lungo”, il ritorno previsto sin dall’inizio. Ma solo fino alla prossima partenza.

Parma, a mezzo secolo dall’inaugurazione dell’Autostrada del Sole (4 ottobre 1964)

Mauro Carrera